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LA MAREMMA

 

La Maremma è una vasta regione geografica compresa in Toscana e Lazio che si affaccia sul Mar Tirreno.

Il toponimo deriva, per alcuni studiosi, dal latino maritima, per altri dal castigliano marismas che significa "palude".

« La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d'acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno. Con il risultato di creare acquitrini, paludi. Non Maremma, allora, bensì maremma. E siccome la maremma più vasta della penisola, la più nota, la più micidiale, quella dove la malaria ha imperversato spietata per secoli interi, era la zona costiera della Toscana meridionale e del Lazio occidentale, al punto che nella storia della medicina, e anche della letteratura popolare, la malaria legò il suo nome, il teatro delle sue rabbrividenti nefandezze, a questo territorio, la maremma tosco-laziale prese la emme maiuscola. Divenne Maremma per indicare la regione abitata un tempo dagli Etruschi. Una regione così grande che Maremma passò ben presto al plurale. Si parlò di Maremme.»

Dante ne individuava i confini tra Cecina (Livorno) e Tarquinia (Viterbo), già conosciuta come Corneto:

  « Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 
»
(Dante, Inferno, Canto XIII, vv. 7-9)

Geografia

La Maremma è un territorio vasto e dai confini difficilmente definibili che si affaccia sul Mar Tirreno. Convenzionalmente, il territorio maremmano è suddiviso in tre zone:

La Maremma Livornese o Maremma Pisana, detta anche Alta Maremma o Maremma Settentrionale, interessa gran parte della provincia di Livorno e alcune aree pedecollinari della provincia di Pisa, che si estendono nella parte settentrionale lungo la costa e l'immediato entroterra tra Rosignano Marittimo e Piombino, comprendente le prime propaggini collinari della Val di Cecina, della Val di Cornia e del versante nord-occidentale delle Colline Metallifere. Tra le località principali della zona sono da ricordare Rosignano Marittimo, Cecina, Riparbella, Montescudaio, Guardistallo, Casale Marittimo, Bibbona, Bolgheri, Castagneto Carducci, Campiglia Marittima, Suvereto, San Vincenzo, Populonia e Piombino. L'intero territorio, storicamente chiamato Maremma Pisana, perché antico dominio della Repubblica di Pisa, con il passare degli anni è stato distinto nelle due entità, coincidenti con i confini amministrativi creati nel 1925 delle relative province, seppur geograficamente unitario.

La Maremma Grossetana (già Maremma Senese), o Maremma propriamente detta: la parte centrale, nella provincia di Grosseto (Toscana), lungo la costa tra il golfo di Follonica e la foce del torrente Chiarone che si getta in mare a sud del promontorio dell'Argentario: comprende anche la bassa Valle dell'Ombrone. Generalmente, il toponimo viene localmente esteso anche ad aree collinari interne, geograficamente non annoverabili nella Maremma, come ad esempio le Colline Metallifere grossetane, le Colline dell'Albegna e del Fiora e l'Area del Tufo, fino a terminare di fronte alla vasta area delle alture del monte Amiata. Tra le località principali Grosseto, Follonica, Castiglione della Pescaia e Orbetello, oltre a Massa Marittima che ha il centro storico nell'area delle Colline Metallifere ma buona parte del territorio comunale geograficamente inclusa nella Maremma. Storicamente chiamata Maremma Senese, perché dominio della Repubblica di Siena, ha assunto l'attuale denominazione a seguito dell'istituzione del Compartimento granducale di Grosseto (il compartimento granducale nel granducato di Toscana era paragonabile alle attuali province) in epoca lorenese.

La Maremma Grossetana si divide da nord a sud in quattro parti.

La piana del fiume Pecora, attorno al golfo di Follonica, comprendente gran parte del territorio comunale di Follonica, l'area pianeggiante dei comuni di Massa Marittima e Gavorrano e la fascia costiera del comune di Scarlino, limitata a sud dal promontorio di Punta Ala.

La piana del fiume Ombrone, che occupa i territori comunali di Castiglione della Pescaia e Grosseto, la parte meridionale dei comuni di Gavorrano e Roccastrada e il tratto costiero, pianeggiante e pedecollinare del comune di Magliano in Toscana. Si estende tra il promontorio di Punta Ala e i Monti dell'Uccellina.

La piana del fiume Albegna, che interessa i comuni di Orbetello e la parte pianeggiante dei comuni di Magliano in Toscana e Manciano. Si estende tra i Monti dell'Uccellina e il promontorio di Ansedonia e comprende il promontorio dell'Argentario e la Laguna di Orbetello.

La piana del fiume Fiora, compresa tra il territorio comunale di Capalbio e il Lazio. Si estende oltre il promontorio di Ansedonia e non presenta soluzioni di continuità con la Maremma laziale; comprende il Lago di Burano.

Maremma laziale, la parte meridionale, si estende nella parte occidentale della provincia di Viterbo e all'estremità nord-occidentale della provincia di Roma (Lazio), lungo la costa dell'Alto Lazio e nell'immediato retroterra pianeggiante e pedecollinare della Tuscia, tra la foce del torrente Chiarone e Capo Linaro, promontorio che costituisce l'appendice occidentale dei Monti della Tolfa che la dividono dall'Agro Romano. Tra le località principali della zona spiccano Vulci, Montalto di Castro, Canino, Tarquinia, Tuscania, Civitavecchia e Santa Marinella.

Marittima o Maritima è un termine oggi in disuso che, riproponendo l'etimologia di Maremma, ne indicava il prolungamento in un territorio geograficamente affine esteso dal Tevere lungo la costa verso sud fino a Terracina; un tempo era coperto di foreste e paludi oggi per lo più bonificate (Acilia, Agro Pontino).

 

LA STORIA IN BREVE

In Toscana la Maremma si estende su circa 5.000 km² di terre, pari a circa 1/4 dell'intera regione, iniziando a sud di Rosignano Marittimo per proseguire, oltre il confine regionale, nel Lazio fino oltre Civitavecchia. Abbandonata in epoca alto-medievale, dal XVIII secolo fu oggetto di vari tentativi di bonifica e di ripopolamento. Si dovette combattere contro vaste paludi ed acquitrini costieri, fiumi privi di argini che allagavano le terre fittamente coperte da boscaglie e macchia mediterranea, ove su tutto dominava il grande nemico che fu la malaria che mieté numerose vittime tra cui lo stesso granduca Ferdinando III di Lorena. Al suo spopolamento si aggiungeva la poca fertilità della terra che permetteva solo una irrisoria produzione di grano e la pastorizia e, come se non bastasse, nei primi decenni del Settecento la regione fu periodicamente invasa dalle cavallette. I cronisti del tempo ricordano che verso le ore 18 del 23 giugno 1711 apparve dalla parte del mare una nube immensa di locuste che oscurò il sole e ricoprì rapidamente tutta la campagna circostante di Piombino. Negli anni successivi le invasioni di cavallette si estesero anche alle campagne di Massa Marittima, Gavorrano, Sassetta, Castagneto Carducci, distruggendo oltre 70 miglia di terre coltivate. Tali invasioni continuarono periodicamente fino al 1786. Alle difficoltà naturali vi erano anche quelle giuridiche che ne ostacolarono lo sviluppo. Sui terreni di pascolo vi erano le "Bandite per usi" (pascolo gratuito per i residenti) e "bandite per fida" (con affitto dei pascoli per la comunità). I restanti pascoli erano di proprietà granducale (Dogana di pascolo) che potevano essere affittati a privati o dati "per fida" a forestieri. Poiché tutte le pasture maremmane erano di competenza della Dogana di Siena, era fatto divieto di recintarle anche se possedute da privati. Questo permetteva agli animali in libertà ed incustoditi di essere decimati dalle piene dei fiumi (quella dell'Ombrone del 1749 ne affogò oltre 8.000) o dalle epidemie. Sotto la Reggenza toscana si iniziò così a redigere un programma di risanamento del territorio e riorganizzazione delle proprietà dominate dal latifondo.

La Maremma toscana fu tradizionalmente distinta in Maremma Pisana (o Volterrana) e in Maremma Senese (poi Grossetana).

Maremma Pisana: si estendeva da Castiglioncello a sud di Livorno fino a Piombino, interessando la linea costiera per circa 35 km con una fascia interna di 5-7 km per un'area di circa 340 km².

Solo la zona collinare era abitata con tutte le conseguenti confusioni giuridiche di amministrazione e proprietà (feudi, proprietà ecclesiastiche, comunità). Con i Lorena si attua un programma di bonifica, di rete stradale, di frazionamento dei latifondi e appoderamenti, di coltivazioni e sviluppo demografico. La prima azione politica del governo in tal senso fu la legge sulla liberalizzazione del traffico delle granaglie maremmane. Molti privati colonizzarono le terre: Carlo Ginori nei suoi feudi di Cecina e Riparbella, sotto la direzione dell'architetto pistoiese Romualdo Cilli iniziò la bonifica delle paludi costiere a nord di Cecina e di Bibbona (Cinquantina, Saline, Staio). Cercò di creare a Cecina un borgo di pescatori, edificando un vasto palazzo alla foce del fiume con numerose abitazioni e laboratori per la lavorazione del corallo. L'esperimento fallì per gli ostacoli che la Reggenza fiorentina gli pose e nel 1755 fu praticamente abbandonato tutto il programma. Le bonifiche saranno riprese e terminate solo a partire dal 1833 quando il granduca Leopoldo II di Toscana promosse le allivellazioni di quelle terre.

Maremma Senese: su questa porzione di terre la lotta fu più lunga ed estenuante per i numerosi acquitrini e la malaria che mieteva le vite dei lavoranti. La popolazione residente che, intorno al 1727-1737, non doveva superare i 19.000 abitanti abitava in piccoli borghi collinari privi di comodità ed igiene. La zona acquitrinosa e malarica ricopriva circa km² 715, cioè oltre tre volte la superficie dell'isola d'Elba. Vari tentativi di risanamento saranno fatti con il granduca Pietro Leopoldo avvalendosi di valenti ingegneri come il gesuita Leonardo Ximenes. Ma il definitivo risanamento si protrasse oltre l'Unità d'Italia fino agli anni venti del XX secolo.

Abitata già in epoca villanoviana (1000-800 a.C.), dopo la splendida stagione etrusca che si protrasse dall’VIII al III secolo a.C., la Toscana centro meridionale tirrenica conobbe le fasi dell’espansione romana. Zona marginale nel Medioevo, visse tuttavia le lotte tra vari potentati locali finché passò sotto il dominio di Siena e, dal XVI sec., entrò a far parte, con modalità d’unione differenziate, del granducato di Toscana di cui seguì le sorti.

Gli Etruschi

Nel cuore della Maremma, al centro dell’Etruria, emergono già nel periodo orientalizzante (VIII-VII secolo a.C.) importanti centri urbani. Il territorio che si estende a sud dell’Ombrone e comprende i bacini dell’Osa, dell’Albegna e del Fiora, appartiene in questo periodo alla sfera di influenza di Vulci e confina a est con il territorio di Orvieto (Volsinii), a nord-est con quello di Chiusi e a sud con Tarquinia.
Marsiliana, posta su un alto colle in prossimità di un importante guado sul fiume Albegna, rappresenta un importante centro agricolo; Vetulonia, situata in posizione dominante sulle colline settentrionali del lago Prile, controlla invece un vasto territorio minerario che si spinge a nord fino al confine con l’area di competenza di un’altra città etrusca, Populonia, e comprende centri minori il cui sviluppo è legato all’attività mineraria. Nella media valle del Fiora gli insediamenti di Poggio Buco, Pitigliano e Sovana sono posti lungo le principali direttrici di collegamento con l’Etruria interna, ed hanno probabile funzione di controllo territoriale.
In questa fase le città tendono a dotarsi di infrastrutture portuali: Roselle e Vetulonia potevano disporre di scali sicuri posti sulle sponde del Lago Prile, mentre Orbetello e Talamone svolgevano funzioni di scalo commerciale.
Tra la fine del VI e il V secolo a.C., assistiamo a una ricomposizione degli assetti territoriali che favorisce la nascita di nuovi equilibri: Roselle assume una posizione di maggiore importanza, favorita verosimilmente dal declino di Vetulonia (dovuto alla perdita dei distretti minerari a favore di Populonia). In tale contesto cessa l’attività dell’insediamento minerario del lago dell’Accesa.
La sconfitta di Cuma (474 a.C.) ad opera dei Siracusani priva gli Etruschi della supremazia sul mar Tirreno, che aveva rappresentato per lungo tempo una fonte di sviluppo economico e culturale di fondamentale importanza. Profonde trasformazioni interessano la valle dell’Albegna, che diviene asse privilegiato di penetrazione verso l’Etruria interna, proiettata in direzione del mar Adriatico quale riferimento delle nuove rotte commerciali: nasce così nel V secolo il centro di Doganella, fondato a ridosso del fiume, a circa quattro chilometri dalla foce.
Il sistema di controllo a monte viene garantito dall’insediamento di Ghiaccioforte, posto in posizione strategica nel punto in cui la stretta valle si apre nella pianura, nel tratto compreso fra il colle di Talamonaccio, le alture della Parrina e l’Argentario.

La Romanizzazione e l’Età Imperiale

A partire dal III secolo a.C. Roma conquista il territorio etrusco della Maremma (Roselle è conquistata nel 294 a.C., Vulci nel 280 a.C.). Alla conquista segue una fase di riorganizzazione territoriale attuata secondo il modello socio-economico del mondo romano, che comporta la creazione di nuove colonie, la centuriazione dei campi, per suddividere le aree coltivabili in lotti da assegnare ai coloni, la costruzione di porti, strade e ponti per garantire le funzioni di controllo del territorio e favorirne, nel contempo, lo sviluppo economico.
L’esemplificazione di tale modello è tuttora leggibile nel territorio di Cosa, che conserva ampie tracce dell’antica centuriazione, con i suoi insediamenti agricoli sparsi, il suo porto, le sue imponenti rovine.
Fra il III e il II secolo a.C. è completata la rete stradale costituita dalla via Aurelia, dalla via Aemilia Scauri e dalla via Clodia (che collegava Saturnia alla costa), intersecando i precedenti tracciati etruschi che costituiscono la viabilità secondaria.
Nelle aree collinari interne, i comprensori dei bacini del Fiora e dell’Albegna sono organizzati intorno alle prefetture di Statonia e Saturnia.
La conquista romana comporta la distruzione e l’abbandono di molti centri etruschi (Ghiaccioforte e Doganella) o un processo di decadenza cui segue, nella prima età imperiale, un nuovo impulso economico e culturale (come avviene a Roselle).
Nell’anno 89 a.C., con l’estensione della cittadinanza romana ai vinti, si conclude la romanizzazione dell’Etruria.
Alla fine del I secolo a.C. si afferma, nel panorama agricolo, un nuovo modello produttivo, incentrato sulla villa e sullo sfruttamento intensivo e specializzato dei terreni, che cancella il precedente sistema, fondato sulle piccole proprietà.
Tale fase di prosperità si arresta già a partire dalla fine del II secolo d.C., introducendo una progressiva e lenta decadenza su tutto il panorama italiano, non più in grado di sopportare la competizione con i territori delle province dell’impero.
Il progressivo e lungo declino segnerà fin da questo momento e per secoli l’immagine del territorio della Maremma.

Dal Medioevo ai Medici e ai Lorena

Lo scenario della Maremma alla fine del VI secolo vede il territorio ormai cristianizzato, organizzato intorno alle sedi vescovili di Populonia, Sovana e Roselle. Roselle è ormai una città decadente, dove sopravvivono soltanto alcuni edifici romani, adattati alle nuove necessità, e sempre più frequente è l’uso di seppellire i morti all’interno dell’area urbana, intorno alla cattedrale, edificata su ciò che resta delle terme del II secolo d.C.
Il resto del territorio manifesta un profondo stato di abbandono; le comunità, in questo clima di incertezza alla vigilia del conflitto greco-gotico e della conquista longobarda, si aggregano intorno a piccoli centri fortificati. La popolazione rurale abbandona progressivamente la pianura, costituendo una tipologia di insediamento che porterà allo sviluppo dei villaggi medievali, con la nascita delle curtes, grandi proprietà fondiarie, capaci di produrre una ripresa dello sviluppo economico e demografico del territorio.
Alla fina dell’età longobarda e carolingia si affermano nuovi protagonisti: le famiglie di rango comitale (Aldobrandeschi, Ardengheschi, Gherardeschi, ecc…) e i vescovi delle diocesi maremmane, i cui poteri, su uomini e terre, disegnano un nuovo ordinamento.
Nel Duecento il territorio è ancora suddiviso tra le grandi famiglie comitali, tuttavia l’espansione urbana di centri come Massa Marittima e Grosseto, unitamente all’azione politica esercitata dall’impero germanico, dal Papato e dalle città vicine, aprirà una nuova fase di confronto tra il sistema di potere signorile rurale e il potere emergente dei comuni.
Alla fine del Duecento il Comune di Siena allarga i propri confini sulla Maremma, occupando il territorio compreso fra Massa Marittima e Grosseto, esercitando il proprio ruolo egemonico fino alla conquista Medicea.
Dall’estinzione della famiglia dei Medici (1737) fino alla vigilia dell’unificazione d’Italia (1860) la Maremma, con la sola eccezione dello Stato dei Presidi sotto Il Regno di Spagna, è parte integrante del Granducato di Toscana, sotto il governo della famiglia Asburgo Lorena, artefice di quelle profonde ed illuminate riforme che produrranno, soprattutto con Leopoldo II (Canapone), la nascita di un vero e proprio stato moderno.

Lo Stato dei Presidi

Lo Stato dei Presidi si estendeva lungo la costa maremmana e comprendeva i territori di Orbetello, Port’Ercole, Porto Santo Stefano, Talamone, Ansedonia e Porto Longone, l’attuale Porto Azzurro nell’Isola d’Elba.

Fu costituito nel 1557 mediante un trattato che sanciva la spartizione di quei territori tra Filippo II di Spagna e Cosimo I, duca di Firenze, dopo la caduta della Repubblica di Siena.

Gli accordi sancirono che la Maremma venisse di fatto infeudata con tutti i suoi possedimenti nel Ducato di Firenze, lasciando però un piccolissimo nucleo di territori, Orbetello, Talamone, Porto Ercole, Porto Santo Stefano, a cui si aggiunse successivamente Porto Longone, come proprietà diretta della Corona di Spagna. Questi, con il nome di Presidi di Toscana, furono posti, pur senza farne parte, sotto il governo del Vicereame di Napoli, anch'esso dal 1503 possedimento della Corona Aragonese di Spagna.

Nel corso del Settecento il territorio passò agli Asburgo e poi ai Borbone; infine nell'Ottocento venne inserito definitivamente nel Granducato di Toscana.

Le numerose fortezze che costellano il promontorio sono la testimonianza del ruolo strategico che il Monte Argentario rivestiva nella difesa dello Stato dei Presidi. Tra le più imponenti si ricordano Forte Stella a Port’Ercole e la Fortezza di Porto Santo Stefano.

Per secoli simbolo del potere, oggi sono a disposizione per eventi culturali, convegni, mostre e congressi internazionali.

I Presidi di Toscana rivestivano grandissima importanza per la Spagna, sia come base logistica per i suoi traffici marittimi, militari e commerciali verso Napoli, sia come sentinella per lo Stato della Chiesa, considerato politicamente inaffidabile, e per il Ducato di Firenze, la cui alleanza era in quel momento salda e amichevole, ma come tutto in politica, esposta alle insidie del tempo.

I territori dei Presidi di Orbetello, Talamone e Porto Ercole coincidevano in pratica con quelli delle rispettive Comunità durante il dominio di Siena. Porto Longone fu creato dal Principato di Piombino di cui faceva parte.

Presidio di Orbetello. Si estendeva dalle Saline fino a Montalto di Castro giungendo nell'entroterra fino alla Marsiliana. Comprendeva l'importante Orbetello, il tombolo della Giannella, Ansedonia, Capalbio  e la parte di Monte Argentario a nord-ovest della dorsale Terra Rossa-La Maddalena. Porto Santo Stefano, importante approdo, ma insignificante centro abitato, si trovava sotto la giurisdizione di Orbetello.

Presidio di Talamone. Si estendeva da Collecchio alla Banditella, fino alle Saline, comprendendo una piccola striscia del Tombolo della Giannella. Pur essendo un Presidio autonomo, mantenne stretti rapporti amministrativi con il Presidio di Orbetello, culminati nella fusione, peraltro temporanea, delle due Comunità.

Presidio di Porto Ercole. Comprendeva la parte orientale e sud-occidentale di Monte Argentario, delimitata dalla dorsale Terra Rossa-La Maddalena, il Tombolo della Feniglia e l'isola di Giannutri. Vi faceva parte anche l'isola di Giannutri.

Presidio di Porto Longone. Entrò a far parte dello Stato dei Presidi solo nel 1603 quando Filippo III, in base ad una clausola del trattato del 1557 che lasciava alla Spagna la facoltà di fortificare una o più parti dell'Isola d'Elba, dopo aver occupato il golfo ad est di Capoliveri (1595), vi iniziò la costruzione della possente Fortezza di San Giacomo. Attorno ad essa sorse il primo nucleo di quell'abitato che, dalla sua forma, assunse la denominazione di Lungone poi Longone o Porto Longone. La Corona di Spagna riunì poi il territorio allo Stato dei Presidi, precedentemente formato. Dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, il Comune assunse la denominazione ufficiale di Porto Longone che conservò fino al 1947, anno in cui lo mutò in quella attuale di Porto Azzurro.

Con il Presidio di Porto Longone e il protettorato armato sul prospiciente Principato di Piombino, la Spagna si assicurò il controllo dei traffici marittimi dal nord al sud della penisola attraverso l'importantissimo tratto di mare da essi delimitato.

I Presidi non costituivano propriamente uno stato, ma erano un aggregato di piccolissime entità territoriali fortemente militarizzate, ampiamente autonome per ciò che riguardava l’amministrazione civile  ma rigidamente governate dal vicerè di Napoli, tramite le figure istituzionali da lui nominate, nella gestione politica, economica e soprattutto militare.

I Presidi non avevano una capitale. Orbetello, grazie alla sua posizione geografica, caratteristiche militari, popolazione e risorse era certamente la città più importante, la piccola Porto Ercole con le sue straordinarie fortificazioni il centro strategico ed avamposto difensivo fondamentale, l'insignificante Porto Santo Stefano, con la sua ampia baia riparata dai venti e con alti fondali, un approdo sicuro ed efficiente.

Il governo dei Presidi

Gli organi di governo dei Presidi, erano, alcuni espressione delle comunità locali, altri dell'autorità che li possedeva (il re di Spagna) o che per lui li amministrava (il vicere di Napoli) .

Gli organi di governo civili erano definiti, e le loro funzioni regolate, dagli Statuti che la Repubblica di Siena aveva assegnato nel 1414 alle Comunità dei territori acquisiti, prelevandoli in gran parte da quegli stessi che ne regolavano la vita cittadina.

Il Sindaco, quattro Priori Maggiori e quattro Minori, il Camerlengo (finanze e tesoro), il Podestà (giustizia) e altri Consiglieri costituivano la Magistratura Civile che ogni Comunità provvedeva ad eleggere periodicamente.

Gli organi di governo centrali erano molteplici, alcuni situati direttamente sul territorio, altri nel Vicereame di Napoli ed alcuni addirittura nella stessa Spagna. Ad essi erano assegnati esclusivamente compiti di natura politica, militare e finanziaria.

Le figure principali di natura militare presenti sul territorio erano il Comandante Generale, residente in Orbetello ma con giurisdizione sulle forze armate di tutti i Presidi, ed i Governatori, uno per ogni Presidio e con giurisdizione esclusivamente su di esso. Erano nominati dal Re scegliendoli tra personalità di rango di nazionalità spagnola. Considerata la natura spiccatamente militare dei Presidi, il Governatore godeva di ampi poteri sia in tempo di pace che di crisi militari.

Un'altra autorità caratteristica era il Vicario Generale dei Presidi. Nominato dal viceré di Napoli, svolgeva una funzione ispettiva e di controllo sui territori. Non aveva residenza fissa, anche se in Orbetello, città sicuramente più importante dei Presidi aveva a disposizione un palazzo.

Anche se durante le varie dominazioni che si sono succedute, degli spagnoli , degli austriaci e dei Borbone, vi fu sempre l'impegno da parte delle autorità centrali al massimo rispetto degli Statuti delle Comunità locali, tra l'altro strenuamente difesi dalle Magistrature civili, frequenti furono i conflitti tra i rappresentanti delle istituzioni politiche e militari, più sensibili alle esigenze militari del territorio e degli interessi dei soldati, e quelle locali viceversa insofferenti di ogni indebita ingerenza e sensibili alle esigenze degli abitanti del luogo che li avevano eletti.

La spiccata connotazione militare dei territori non poteva non essere causa di malumori e contrasti.

Solo sull'Argentario, verso la metà del XVII secolo, vi era due fortezze di grossa mole (la Rocca e Forte Filippo) con un notevole contingente militare ciascuna, due di mole più piccola (il Forte Stella e la Fortezza Spagnola a Porto Santo Stefano) con una guarnigione di poche decine di soldati, ed una quindicina di torri di avvistamento. Senza considerare altre opere minori, avamposti, batterie, ridotte, fortini, ecc.

La presenza di un numero così elevato di soldati, che in occasione di emergenze militari, poteva aumentare notevolmente, e di strutture fortificate estese e numerose, creava abbastanza problemi ai non numerosi abitanti e condizionava inevitabilmente il loro genere di vita.

Ne risentì sicuramente lo sviluppo sociale e culturale della popolazione. La militarizzazione del territorio da una parte ridusse sensibilmente gli scambi con le popolazioni circostanti e dall'altra, per la presenza di notevoli contingenti di soldati napoletani e spagnoli di scarse risorse umane e spessore culturale praticamente nullo, privò i residenti di un apporto culturale ricco e stimolante.

La dominazione spagnola terminò nel 1707. Essa fu quella che sicuramente lasciò tracce più profonde e testimonianze urbanistico-architettoniche più numerose ed importanti.

Dominazione Austriaca Durò dal 1707 al 1737. Occupati dagli austriaci nel contesto ben più ampio della guerra di successione spagnola, i Presidi, al pari del Vicereame di Napoli, furono tolti alla Spagna ed assegnati, con la pace Rastatt (1714), all'Austria, che provvide a governarli tramite il ricostituito Vicereame Austriaco di Napoli.

Dominazione Borbonica Durò dal 1737 al 1800 . A seguito della guerra di successione polacca i Presidi di Toscana, insieme al Vicereame di Napoli, furono tolti all'Austria ed assegnati ai Borboni di Spagna, che da quel momento diventarono sovrani del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Il governo dei territori continuò né più né meno con le stesse modalità dei precedenti proprietari.

Incorporazione nel Regno d'Etruria Dopo una breve occupazione francese, con la pace di Aranjuez del 1801 e l'incorporazione nel Regno d'Etruria voluto da Napoleone Bonaparte, lo Stato dei Presidi cessò formalmente di esistere.

 

Il sistema difensivo costiero

L’esigenza di controllare il tratto di mare antistante i possedimenti rivieraschi fu avvertita fin da quando le prime imbarcazioni solcarono i mari.
Era necessario conoscere in anticipo chi si avvicinava alla costa: poteva essere un mercante o un pescatore, ma poteva anche essere una delle navi corsare turche o barbaresche che, tra il XVI e il XVII secolo, imperversarono sulle coste maremmane attuando saccheggi e scorrerie.

Sui promontori, accanto alle piccole torri a pianta circolare che servivano per l’avvistamento e la segnalazione, si aggiunsero dei veri e propri fortini a pianta quadrata, molto più robusti e posizionati con lo spigolo vivo rivolto verso il mare per deviare i colpi dell’artiglieria nemica; sulla piattaforma superiore di ogni torre erano posizionati dei cannoni. Anche le foci dei fiumi vennero protette con delle torri fortificate, più alte e presidiate da cavalleggeri che pattugliavano la costa e mantenevano le comunicazioni tra i singoli forti.

Ogni torre era fornita di mezzi di segnalazione ottica (fuoco e fumo) e acustica (suono di una campanella). Le torri più piccole erano comandate da sottufficiali chiamati torrieri, le torri più importanti erano comandate da un castellano; questi svolgevano compiti non solo militari ma anche di polizia marittima: dovevano riscuotere le gabelle nei posti di dogana, reprimere il contrabbando, impedire lo sbarco di uomini e animali che avrebbero potuto causare epidemie.

Torri costiere di Punta Ala: Torre Balbo, Torre degli Appiani, Torre Hidalgo (Castiglione della Pescaia)

Di fronte al promontorio di Punta Ala emergono dal mare una serie di piccoli isolotti, uno dei quali di maggiori dimensioni. Per questa curiosa formazione l’isola maggiore venne chiamata Troia mentre i piccoli scogli Porcelli: a questi nomi è collegata la leggenda della scrofa inseguita dai cani che precipita dalla scogliera in mare insieme ai suoi porcellini.
Sull’isola di Troia, conosciuta anche con il nome di isola dello Sparviero, è situata la torre di Troia Vecchia, o degli Appiani: realizzata in pietra locale, ha base cilindrica ed è provvista di piccole aperture, mentre la parte terminale di coronamento è dotata di archetti e mensole.
La torre faceva parte del sistema difensivo della zona; quando i corsari turchi l’attaccarono e trucidarono i militari che la presidiavano, venne abbandonata finché Jacopo VI Appiani, signore dello Stato di Piombino, cedette questa parte di territorio alla Signoria dei Medici, che provvide a restaurare la torre.
Nel 1560 Cosimo I dei Medici fece costruire sul promontorio (chiamato in seguito Punta Ala) un’altra torre, detta di Troia Nuova, che divenne la prima fortificazione per la difesa costiera al confine tra il Granducato di Toscana e lo Stato di Piombino.
Nel 1788-89 Pietro Leopoldo di Lorena rinforzò la torre, a base quadrata, dotandola di un massiccio basamento a scarpa.
L’edificio deve il suo aspetto attuale alla ristrutturazione ordinata da Italo Balbo, che nel 1932 acquistò la torre (poi chiamata anche col nome di Torre Balbo) per risiedervi.
Poco distante sorge infine Torre Hidalgo, fatta erigere nel 1577da Jacopo VI Appiani, signore di Piombino. La struttura richiama quella di Troia Nuova: pianta quadrata, basamento a scarpa, gradinata di accesso in pietra che termina con un ponte levatoio posto davanti alla porta di ingresso. Attualmente non visitabile, è però ben visibile dalla zona del porto di Punta Ala.

Area Forte delle Saline, Il forte (Orbetello)

Sulla sponda sinistra del fiume Albegna, in prossimità della sua foce, sorge il Forte delle Saline, raggiungibile dalla strada statale Aurelia, imboccando il bivio per Porto Santo Stefano.
Il nome della struttura deriva dalle saline anticamente presenti nei dintorni, che costituivano la ricchezza della zona.
La torre risale al periodo della dominazione senese e venne commissionata al maestro Giovanni Danesi da Como nel 1469, per proteggere il commercio del sale e delle granaglie che veniva effettuato tramite lo scalo fluviale dell'Albegna. Successivamente, quando nel 1588 il forte divenne parte del complesso difensivo dello Stato Spagnolo dei Presìdi, venne ampliato con un duplice scopo: potenziare le difese della zona e fungere da dogana per la riscossione delle tasse sulla pesca e sui trasporti delle merci.
Fanno parte del complesso una cinta muraria a forma di quadrilatero, un tempo circondata da un fossato con ponte levatoio, una robusta torre a base quadrata rivolta verso il mare e tre bastioni collocati, insieme alla torre, a ciascun angolo della cinta. La parte inferiore delle mura è più ampia e massiccia e ha gli spigoli rinforzati, mentre la parte superiore è provvista di un camminamento di ronda piuttosto largo dove veniva collocata anche l'artiglieria.

Visite e rapporti degli ispettori granducali

Quando lo Stato di Siena fu annesso al granducato mediceo anche la Maremma ne seguì le sorti.

Era una terra produttrice di grano ma poco popolata e occorrevano quindi provvedimenti per lo sviluppo della cerealicoltura. A tal fine la Maremma fu interessata da frequenti visite amministrative, ad opera di funzionari fiorentini o senesi itineranti, che costituivano per il potere granducale uno strumento per conoscere la situazione di queste terre.

La prima visita fu compiuta tra l’ottobre del 1572 e il novembre del 1573 da Francesco Rasi di Arezzo, auditore fiscale dello stato di Siena. Dal suo rapporto emerge l’immagine di una Maremma abbastanza pacificata: il banditismo, che dilagherà negli anni successivi, mostrava allora il suo volto minaccioso solo in alcune aree meridionali (come per esempio a Pereta, incuneata tra Scansano e il feudo di Magliano).

All’epoca della visita di Carlo Corbinelli (provveditore dei Signori Quattro Conservatori dello Stato di Siena), nel 1615, la Maremma risultava invece in buona parte spopolata e degradata: Montenero e Campagnatico, ad esempio, avevano poderi disabitati, case in rovina e una grave contrazione demografica, che influiva negativamente anche sullo sviluppo agricolo.

Anche centri di produzione granaria come Manciano e Capalbio registravano un regresso, mentre il bianco abbagliante delle case di Sovana era solo apparente e nascondeva interni corrosi dall’ umidità.

Tuttavia risultavano presenti isole di relativa prosperità, come Massa Marittima (che, pur poco abitata, possedeva una certa abbondanza di oliveti e vigneti) e Grosseto. Quest’ultima, chiamata “metropoli e madre di tutta la Maremma” era espressione di un mondo dedito alla produzione di grano e all’allevamento di bestiame.

La Bonifica

La bonifica ha interessato la Maremma per lungo tempo e di tracce ne ha lasciate tante: l’edificio del Consorzio, le tasse, il ponte Mussolini, le canzoni e i proverbi.

La prima grande bonifica venne realizzata da Ximenes, incaricato da Pietro Leopoldo Lorena. Egli attuò la bonifica idraulica della pianura maremmana attraverso una canalizzazione. Partendo dalla credenza dell’epoca che la malaria fosse generata dalla “cuora”, cioè dalla materia organica in putrefazione, Ximenes procedette alla regolazione delle acque del lago attraverso l’escavazione di canali e la costruzione della Casa Rossa. Secondo le intenzioni del progetto, queste opere avrebbero dovuto debellare la malaria e salvaguardare il lago di Castiglione, centro di produzione ittica e comoda via di trasporto. Ma la bonifica non dette i risultati sperati così Leopoldo II dal 1828 attuò una missione civilizzatrice, che prevedeva la costruzione di infrastrutture e servizi essenziali, con l’obiettivo di risanare il territorio malato e ordinò, su progetto di Fossombroni, una bonifica per colmata. In questo modo si recuperarono alla coltivazione oltre 10.000 ettari di terreno, ma alla fine della dinastia lorenese, nel 1859, la bonifica non poteva considerarsi ultimata.

Una delle principali cure di Ferdinando III, Granduca di Toscana, era la bonifica idraulica e agraria della Maremma; spesso vi faceva delle gite per esaminare i lavori e sollecitarli. Ma il suo zelo e la sua preoccupazione gli dovevano riuscire fatali. Nel mese di giugno del 1824, tornando appunto da una delle gite in Maremma, sentì i sintomi d'una febbre che da quel momento gli insidiò tenacemente la vita. Ferdinando fu costretto a mettersi a letto; ed i principali medici furono subito intorno a lui per contenderlo alla morte, con ogni mezzo migliore che l'arte medica dell'epoca suggeriva. Furono però tutti sforzi inutili, perché il male vinse gli uomini della scienza. A Ferdinando III successe il figlio Leopoldo II di Toscana che si volle continuare questa impresa. Intendeva così emulare il grande avo Pietro Leopoldo e suo padre che avevano bonificato la Val di Chiana e che già avevano tentato di bonificare la Maremma.

La bonifica del comprensorio, data la grandissima estensione dell'area, era un'opera che presentava molte difficoltà tecniche, e richiedeva un notevole impiego di risorse e conoscenze, per piccoli stati come era quello del granducato di Toscana.

Il tratto che si voleva bonificare era la parte che costeggiava il mare, dallo sbocco della Cecina fino al confine pontificio; i vantaggi di tale opera sarebbero stati incalcolabili trasformando tutta quella grossa estensione salmastra in terreni coltivabili. Il conte Fossombroni, consigliere dei sovrani, aveva immaginato di bonificare la Maremma fino dal 1804 e aveva dichiarato apertamente questa sua intenzione con vari scritti. Immaginava di costruire canali, strade ed un porto facendosi aiutare dai cittadini "volenterosi" che volessero investire in questa impresa esentandoli dalle varie gabelle alle porte delle città, dei dazi doganali e dei pedaggi per far diventare in poco tempo tutta quella regione la ricchezza del regno.

Ad entusiasmare gli animi dei toscani ci fu nel 1780 la bonifica della tenuta di Bolgheri del conte Cammillo della Gherardesca. Tale tenuta era distante circa settanta chilometri da Pisa e sette dal mare, sulla sponda sinistra della Cecina. Per liberare quella vasta tenuta dalle acque stagnanti e limacciose che rendevano improduttivo il terreno e pestifera l'aria, il matematico padre Leonardo Ximenes suggerì al conte della Gherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del proprietario fu perciò detta Cammilla, la quale procurò subito il prosciugamento dei terreni tra Bolgheri, Bibbona ed il mare.

Con tali precedenti, con l'esempio dell'avo, con gli incitamenti del Fossombroni e con le buone disposizioni del suo animo, Leopoldo II il 27 aprile 1828 emanò l'editto per la bonificazione della Maremma a spese dello Stato. I lavori cominciarono sulla fine del 1829 e vi furono impiegati circa cinquemila operai arrivati da varie parti della Toscana, da altri stati italiani e dall'estero, sotto la direzione del cavalier Alessandro Manetti, che era alla immediate dipendenze del Granduca.

Il figlio del conte Cammillo, Guido Della Gherardesca, volle con gli anni continuare la benefica opera del padre; ma il parere discorde di ingegneri, di periti e di idraulici, lo costrinse a sospendere l'esecuzione del suo progetto. Quello che però riusciva impossibile a tanti uomini di scienza ed ingegneri dell'epoca, riuscì facile ad un uomo oscuro e modesto che tutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e l'ingegneria.

Quest'uomo era il "fattore di Bolgheri", Giuseppe Mazzanti, che sfornito di teorie ma ricco dei lumi dell'esperienza, con l'osservazione che egli aveva fatto del naturale movimento delle acque durante le piogge, chiuse il canale detto Seggio Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, per la qual cosa gli estesissimi campi prima paludosi divennero fertilissimi.

Il 26 aprile 1830 fu il giorno fatidico; terminato il lavoro di costruzione del nuovo canale le acque dell'Ombrone arrivarono velocissime nella palude bonificando tutto il territorio circostante.

Il Mazzanti ebbe in riconoscenza dal granduca una medaglia d'oro e il conte Della Gherardesca fu remunerato adeguatamente del servizio.

Il problema riemerse dopo la Prima Guerra Mondiale e il governo fascista investì il prestigio del regime nell'attuazione di ulteriori e definitivi interventi. L’obiettivo non era più quello di sconfiggere la malaria, poiché ormai se ne conosceva la causa, ma quello di recuperare ulteriori appezzamenti di terreno agricolo. La nuova bonifica mirava non solo alla colmata o al prosciugamento dei terreni, ma anche alla realizzazione di strade, villaggi rurali, acquedotti, canali di irrigazione e opere per la sistemazione montana e valliva dei corsi d'acqua. Tali interventi dovevano inoltre coordinarsi con interventi di bonifica agraria dei terreni; per armonizzare meglio i due interventi di bonifica (idraulica e agraria) alcuni proprietari terrieri della pianura grossetana promossero, nel 1929, la costituzione del Consorzio di Bonifica, che si incaricò di mettere a punto un piano generale dei lavori.

Gli ultimi interventi risalgono al 1948 e al 1954.

La Riforma dell’Ente Maremma

La Riforma Agraria del 1950 venne attivata con lo scopo di sviluppare la piccola proprietà coltivatrice e lo slogan adottato fu “la terra a chi lavora la terra.” Con la Riforma furono espropriati migliaia di ettari delle vaste proprietà latifondistiche, appartenenti a poche famiglie, che fino a quel momento avevano caratterizzato il territorio.

L’Ente Maremma preposto alla Riforma suddivise le aree espropriate in aziende di colonizzazione che a loro volta avevano il compito di assegnare i poderi alle famiglie coltivatrici. L’ampiezza dei poderi variava da 8 a 25 ettari a seconda delle possibilità produttive del terreno tali da consentire all’assegnatario in pochi anni il raggiungimento dell’autonomia economica e lavorativa. Con questo sistema i coltivatori diretti si riscattavano lavorando e divenivano proprietari del terreno.

La Riforma Agraria quindi ha avuto un ruolo importante poiché ha promosso un cambiamento sociale ed economico della Maremma e ha creato le basi per una trasformazione delle forme tradizionali di coltivazione e allevamento.

L’Archivio Storico della Grancia, a Grosseto, è nato come centro di raccolta, documentazione, conservazione ed elaborazione delle vicende legate alla Riforma Fondiaria. Consiste in 54.000 documenti, tra cui planimetrie di appoderamenti, espropri, infrastrutture stradali e acquedotti, 6.000 fotografie, 79 pellicole e 1.700 volumi.

L'Estatatura

L’estatatura è un fenomeno tra i più rilevanti nella storia della Maremma. Iniziò nel XIV secolo, fu praticato da tutti i governi che guidarono questa terra e fu riconosciuto legittimo dallo Stato italiano. A regolarlo ufficialmente fu comunque il governo granducale lorenese nel 1765.

L’estatatura era un’emigrazione che interessava i mesi più caldi dell’estate, quando nella pianura maremmana imperversava la malaria. A giugno gli uffici pubblici, gli impiegati con le loro famiglie e gran parte della popolazione si trasferivano da Grosseto a Scansano, che fu scelta per il suo clima e per la posizione geografica non troppo distante dal capoluogo.

Scansano era infatti chiamato “il paese dell’aria buona” e, grazie a questo fenomeno stagionale, accrebbe la sua importanza e ne trasse benefici economici. Grosseto invece, durante il periodo dell’estatatura, rimaneva vuota e disabitata, spesso senza acqua e assediata dalla malaria, fino ad ottobre, quando gli abitanti rientravano in città.

Solo nel 1897, dopo alcuni tentativi di bonifica e la costruzione dell’acquedotto di Grosseto, l’estatatura venne soppressa.

 

La Malaria

La malaria per secoli è stata parte integrante della Maremma: imperversava nella pianura e colpiva la popolazione, dedita soprattutto alle attività agricole. In passato si credeva che la malaria si diffondesse attraverso le acque putride e stagnanti e la sua vera causa fu scoperta solo verso la fine dell’Ottocento, quando uno zoologo capì che veniva trasmessa all’uomo attraverso la puntura di una zanzara.

Indubbiamente le condizioni igienico-sanitarie della case e l’alimentazione povera favorivano la malattia e nel 1862 circa il 40% della popolazione grossetana era affetta dalla malaria. La campagna per la cura e la prevenzione della malattia cominciò nel 1925, con l’impiego del chinino, ma la malaria fu vinta definitivamente solo grazie alle bonifiche degli anni Cinquanta.

Testimonianza delle sofferenze patite per secoli dalla popolazione sono le strofe di “Maremma amara”, che narrano le difficoltà e i problemi di questa terra: oltre che di malaria si moriva di fatica, di denutrizione, di freddo e di fame.

 

La Maremma: terra di immigrazioni e colonizzazioni

La Maremma è sempre stata una terra di immigrazione: per i lavori stagionali, per la transumanza, per le opere agricole e per i processi di inurbamento che si creavano nei periodi di carestia. Immigrazioni importanti, dal punto di vista numerico, sono quelle relative ai tentativi di ripopolamento della Maremma promossi dalla Repubblica di Siena, dai Medici e dai Lorena.

Già a partire dalla metà del Trecento, infatti, le terre maremmane cominciarono a essere abbandonate a causa della malaria, del clima malsano e della fame e i governatori di Siena tentarono un ripopolamento favorendo l’immigrazione dei Còrsi. Sforzi analoghi furono fatti da Cosimo I: per risolvere il problema dell’abbandono delle terre, vietò ai residenti in Maremma di emigrare e contemporaneamente favorì l’afflusso di contadini da Brescia e Modena. I nuovi coloni furono però decimati in poco tempo, per le pessime condizioni di vita.

Anche per l’Isola del Giglio, continuamente sottoposta ad attacchi pirateschi, furono messi in atto due progetti di ripopolamento: il primo, avviato dopo la razzia del 1544, prevedeva l’arrivo di numerose famiglie di coltivatori e pastori senesi e interessava l’area di Giglio Castello. Dopo l’ultimo attacco saraceno nel 1799, il Granduca Pietro Leopoldo organizzò un piano per rivitalizzare il Porto, richiamando famiglie liguri e napoletane di provata esperienza marinara.

Sovana fu invece interessata dalla nascita di una colonia greca nel Seicento e dall’immigrazione di 1700 cittadini tedeschi durante il governo dei Lorena. Entrambe le comunità furono praticamente sterminate dalla malaria e dalla denutrizione.

Falliti quasi tutti i tentativi di ripopolamento, si dovette giungere al periodo delle bonifiche perché in Maremma ci fosse la prima ripresa demografica. Gli ultimi due consistenti afflussi si ebbero nel Novecento: l’immigrazione di numerose famiglie venete negli anni Trenta e di pastori sardi negli anni Settanta.

La Transumanza

Quando d’autunno le greggi scendevano dall’Appennino per svernare in Maremma, si sentivano per giorni il pesticcio delle pecore, i campani, l’abbaiare dei cani. Era un immenso fiume di lana quello che scendeva verso il mare da due direzioni principali: l’Appennino tosco-emiliano e quello alle spalle di Arezzo. Passato l’inverno, goduta la primavera, le greggi ripartivano nel senso opposto.

Ogni gregge veniva guidato in un itinerario prestabilito dove, nelle aie di contadini ospitali, si passava la notte in cambio del latte appena munto. I grandi cani bianchi seguivano il gregge, la famiglia del pastore e i pochi attrezzi venivano portati su un carro tirato da un ciuco, in una nuvola di polvere, di mosche, di storia.

I conti Alberti di Prato e Mangona controllavano tutta una serie di castelli che da Vernio sull’Appennino arrivavano a Monterotondo, Scarlino e Gavorrano in Maremma: era un’antica via di transumanza percorsa dalle greggi da tempi immemorabili. Nei testamenti e nelle divisioni tra i rami dei conti Aldobrandeschi si dà sempre grande importanza alle greggi dell’Appennino. Nel luglio del 1172 Bernardo Stratumen, signore di Cinigiano, si era impadronito delle pecore della Garfagnana di proprietà aldobrandesca, così Ildebrando VII preparò un grande esercito per riprendersele e chiese aiuto a Pisa. La Repubblica gli mandò 140 uomini fra cavalieri e arcieri, gente esperta in macchine da guerra per assediare Cinigiano e costringere Bernardo a sottomettersi.

Storia Sociale: Cacciatori, Briganti, Pastori e Contadini

La storia della Maremma è legata alla lotta per la sopravvivenza, in un territorio duro e inospitale. Per secoli gli uomini si sono confrontati con le difficoltà, con la malaria e con la legge del più forte.

Contadini, pastori, cacciatori di frodo, briganti, taglialegna, carbonai e butteri sono i protagonisti di questa terra, gli abitanti delle fitte macchie popolate da animali selvatici, delle grotte nascoste tra la boscaglia e delle vaste distese incolte.

E’ stata proprio questa povera gente a fare la storia e a costruire il carattere di questa terra, con i suoi costumi e tradizioni e con il suo particolare patrimonio culturale.

 

I Carbonai

Il mestiere del carbonaio era molto faticoso e difficile. I carbonai provenivano per lo più da Pistoia, Prato e Bologna e si recavano in luoghi anche lontani (come la Maremma) per svolgere il lavoro che permetteva loro di sopravvivere. Popolavano la macchia dall’autunno alla primavera e vivevano con le loro famiglie nelle piote, cioè in capanne di legno ricoperte da zolle d’erba o di muschio. Dopo il taglio degli alberi utilizzavano gli spazi lasciati liberi per allestire le carbonaie. Queste ultime erano formate da cupole di legna di tre metri di diametro e due di altezza, ricoperte con terra e foglie secche. L'arte del carbonaio consisteva nel saper condurre il fuoco, in modo che tutta la legna presente nella carbonaia bruciasse uniformemente: dal colore del fumo poteva infatti capire dove avveniva la combustione e, tappando e stappando dei buchi praticati nel rivestimento, poteva regolare la diffusione della fiamma e il tiraggio. Il carbonaio doveva soprattutto fare in modo che la combustione avvenisse in presenza di poca aria, altrimenti, invece di carbonizzare, la legna sarebbe diventata cenere. La cottura durava tre o quattro giorni poi interveniva il vetturino, che caricava il carbone su pesanti carri trainati da muli e lo trasportava nei vari paesi, dove veniva venduto.

Il Bracconiere

Per fame e miseria prima, per smodata passione dopo, il bracconiere è l’uomo della notte che aspetta il cinghiale dove sa lui, lo ammazza, lo sventra sul posto e se lo porta via.

Le tagliole per gli uccelli erano invece un modo di aiutarsi a vivere negli inverni lunghissimi prima del turismo e del benessere. La tesa delle tagliole era privata, nessuno rubava gli uccelli degli altri. Venivano sistemate in lunghe file nella macchia fitta. Le trappole di legnetti e sassi (“pietraccola”, “petraccola”, “pitrappola”, “catrappola”) le mettevano i ragazzi; ci prendevano i pettirossi e i passerotti.

I lacci erano fatti con i crini di cavallo, la pènera era un tipo particolare di laccio. Tutti praticavano la caccia con le trappole, anche se illegale; tutti condannavano chi tendeva i fucili carichi per ammazzare il cinghiale perché si poteva colpire qualcuno, è successo spesso. Il marchese Eugenio Piccolini, grande cacciatore, nei primi decenni del ‘900 fu ferito da un fucile teso che gli scaricò nelle gambe. Si salvò, ma fu un caso.

I Boscaioli

Il mestiere del boscaiolo era il più comune nell’entroterra della Maremma. Era un lavoro duro, che richiedeva molta forza e resistenza fisica e iniziava in autunno. I boscaioli si riunivano in squadre di tagliatori e lasciavano il paese di notte, in modo da essere nella zona di lavoro all’alba oppure, se questa era lontana, si trasferivano nel luogo di lavoro e dormivano nei capanni. Il lavoro, che si svolgeva dall’alba al tramonto, prevedeva varie fasi: prima si abbattevano gli alberi, poi se ne mozzavano i rami e la punta e infine si spaccava il tronco in pezzi lunghi un metro. Questi blocchi venivano poi accatastati fino ad arrivare alla misura del metro stero (unità di misura del legname). Dopo il lavoro i boscaioli si rifocillavano con una cena a base di polenta e pecorino, scambiavano qualche parola tra loro e fumavano tabacco. Questa vita di duro lavoro si ripeteva ogni giorno fino a primavera. Le uniche varianti di queste giornate monotone erano rappresentate dalle visite dall’appaltatore, che si recava sul luogo del taglio per controllare e appuntare tutto sul suo taccuino, del mulattiere che caricava la legna e di qualche cacciatore che si fermava per avere indicazioni sulla strada o per farsi riempire la borraccia.

I Briganti

Il fenomeno del Brigantaggio fu uno dei due mali della Maremma… l’altro fu la malaria. A noi sono ben noti i fatti post ottocenteschi, ma fin dal periodo della Repubblica di Siena si ha notizia dei briganti in Maremma. Addirittura pur di ripopolare la Maremma, il Granduca Ferdinando II di Toscana nel 1593 emise un inquietante documento:

"Vengano pure i delinquenti perchè non saranno molestati da qualsivoglia tribunale o principe, o inquietati per qualsivoglia denuncia, querela o accusa, che si fosse formata o si formasse contro detti immigrati, tanto per delitto o maleficio enorme, grave, enormissimo o gravissimo, o altro che dai nuovi venuti o da chiunque della loro famiglia, compresi i servi, fosse stato commesso fuori dal Granducato di Toscana".

Fonte Alfio Cavoli - Maremma amara

Nella seconda metà dell'ottocento e i primi anni del novecento, la qualità della vita nella provincia di Grosseto non era certo delle migliori. I problemi maggiori erano costituiti dal latifondo, dalla carenza di comunicazioni interne, dalla malaria, dall'analfabetismo, dal brigantaggio. Buona parte del territorio pianeggiante era caratterizzata dalla presenza di immense paludi acquitrinose. L'economia si basava essenzialmente sull'agricoltura. L'industria, tranne che nel settore estrattivo, si presentava embrionale e debole.

La scarsità di collegamenti, la lontananza tra paese e paese e la gestione semi - feudale della terra contribuivano a determinare un pesante stato di degrado, di miseria. Uno dei flagelli che facevano della Maremma una terra inospitale era la malaria. I mesi più colpiti dalla malattia erano quelli tra luglio e ottobre. In estate quasi tutti gli abitanti delle basse località erano costretti a emigrare lasciando in balia della ventura tutte le loro sostanze e i loro averi. Chi ne aveva la possibilità si trasferiva nei paesi di montagna per sfuggire alle febbri malariche. Era il singolare fenomeno della "estatura": per espressa disposizione di legge (dei Lorena prima e del Regno d'Italia dopo), tutti gli uffici pubblici venivano trasferiti nelle località di collina. Le persone che correvano maggiori rischi di infezione erano quelle appartenenti ai ceti più deboli: il morbo colpiva perché trovava terreno fertile in alcune cause indirette, come il lavoro a cottimo faticosissimo, lo scarso nutrimento, i cattivi alloggi, ecc. In quel periodo la vita media nella provincia di Grosseto si aggirava intorno ai 23 anni. Anche se le campagne antimalariche e le prime bonifiche avevano contribuito a migliorare la situazione, la diffusione del morbo agli inizi del 1900 era ancora notevole.
Malgrado tutto il bisogno di nutrirsi e nutrire la famiglia spingeva molti lavoratori stagionali nelle campagne maremmane, disposti a correre il rischio della malaria e della morte. Questi uomini vivevano in condizioni precarie: si nutrivano poco e male, vivevano in grotte o capanne e la loro sorte era legata agli "umori" del caporale che li aveva reclutati.
Venire licenziati significava vagare sbandati per la zona, morire di fame o commettere furti e delitti.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, il brigantaggio era una delle piaghe più evidenti della provincia di Grosseto, anche se non raggiungeva proporzioni vaste come nell'Italia meridionale.
In Toscana i briganti erano dei solitari: ebbero degli allievi, imposero il loro stile, ma non ebbero mai l'ambizione di comandare piccoli eserciti. Era più che altro un modo di vivere, un mestiere senza giustificazioni di carattere politico.

Il primo brigante che lasciò un segno del suo passaggio fu Enrico Stoppa che imperversò nell'orbetellano dal 1853 al 1863.
Gli altri nuclei più importanti erano quelli di
Domenico Tiburzi e quello di Ausini, Albertini, Fioravanti, Ranucci, Settimio e Domenico Menichetti.

La vita troppo dura, lo sfruttamento dei "reietti", le ampie zone di confine (tra Granducato e Stato della Chiesa) ricche di macchie e paludi fecero si che il Brigantaggio in Maremma (sia Toscana che Laziale) sia quasi arrivato fino ai giorni nostri.

Ecco quindi un elenco con alcune brevi biografie di alcuni tra i più feroci Briganti di Maremma:

Domenico Tiburzi ucciso dai Carabinieri alle Forane-Capalbio il 24 ottobre 1896

Luciano Fioravanti ucciso da Gaspare Mancini al pod. Lascone il 24 giugno 1900

Enrico Stoppa muore in carcere il 16 agosto 1863 per inedia

Domenico Biagini ucciso dai Carabinieri a Gricciano sul Fiora il 6 agosto 1889

David Biscarini ucciso dai Carabinieri di Canino e Farnese il 12 dicembre 1877

Fortunato Ansuini scappato a San Magno il 3 giugno 1891 e scomparso nel nulla

Damiano Menichetti arrestato a San Magno il 3 giugno 1891. Muore in carcere

Settimio Albertini morto al Crocino di Montorgiali il 30 ottobre 1897

Settimio Menichetti morto al Crocino di Montorgiali il 30 ottobre 1897

Antonio Ranucci morto al Crocino di Montorgiali il 30 ottobre 1897

Angelo Scalabrini uccico nel 1867 da Don Vincenzo Danti (questioni di donne)

Giuseppe Basili detto "Basiletto" ucciso da Tiburzi nel 1878

Vincenzo Pastorini detto "Cenciarello" ucciso da Tiburzi nel 1878

Luigi Demetrio Bettinelli detto il "Gigione" ucciso da Fioravanti il 13 giugno 1889

Ricordiamo però anche il valore dei Carabinieri morti nella caccia ai Briganti……

 

                   Domenico Tiburzi                     (storia e leggenda)

Domenico Tiburzi nacque a Cellere il 28 maggio 1836 da Nicola e Lucia Attili.

Piuttosto basso di statura (160 cm), di qui il soprannome di Domenichino, ma definito come attraente con capelli folti e neri ed occhi castani.
Pastore e buttero (e cosa altro poteva fare?) a 23 anni sposò Veronica Dell’Aia, una sedicenne molto carina che gli dette due figli di cui ignoriamo la sorte.

Piccoli precedenti a parte la storia criminale di Domenico Tiburzi ha inizio nel 1867 quando il 24 ottobre uccise Angelo Del Bono, guardiano del marchese Guglielmi, reo di averlo multato di ben 20 lire perché sorpreso a raccogliere le spighe di grano a terra nel campo del marchese, cosa per altro possibile per le leggi del Granducato, ma vietata da quelle del Regno Italiano.

Il reato era ridicolo ... e la multa uno sproposito ... tanto valeva uccidere il povero Angelo Del Bono.


Dopo l'omicidio si diede ovviamente alla macchia fino al 1869 quando fu arrestato e condannato dal Tribunale di Civitavecchia a 18 anni di carcere da scontarsi nel bagno penale di Corneto, presso Tarquinia.

Nel 1872 rocambolescamente evase da Cornero insieme a Domenico Annesi detto l'"Innamorato" e Antonio Nati detto il "Tortorella".

La sua fedina penale si sporcò molto presto:

A sedici anni fu incluso in un elenco di ricercati per furto.

A diciannove subì un processo per lo stesso reato, ma venne assolto.

A ventisette venne arrestato per aggressione e ferimento, poi rimesso in libertà per "desistenza della parte offesa".

Nel 1867 uccise il guardiano del marchese Guglielmi, Angelo Del Bono, reo di avergli affibbiato una multa di 20 lire, uno sproposito per quei tempi (basti pensare che è come se oggi per un paio di calze rubate in un supermercato si facessero pagare a un poveraccio oltre 20.000 euro) e tutto perché era andato a raccogliere un fascio d'erba nel campo del marchese. Dopo aver passato la notte insonne la mattina seguente prese la fatale decisione per il povero ma severo guardiano. Ciò scaturì dal fatto che prima dell'Unità d'Italia furono cambiate certe leggi che permettevano la sopravvivenza ai contadini più poveri raccogliendo le spighe cadute dopo la mietitura. Dopo il misfatto si diede alla macchia, vero regno del brigantaggio di quei tempi, e così con la latitanza inizia la sua storia da bandito.

Nel 1869 fu arrestato e condannato dal Tribunale di Civitavecchia a 18 anni di galera da scontarsi nel bagno penale di Corneto, cioè Tarquinia.

Tre anni dopo evase insieme a Domenico Annesi (detto "l'Innamorato") e Antonio Nati (detto "Tortorella"). Si rifugiò nelle macchie della zona castrense dove si unì ad altri latitanti.

L'entrata in pianta stabile nel brigantaggio

Tiburzi, come tutti gli animali braccati, tornò verso le macchie tra il Lago di Bolsena, Montalto di Castro e Capalbio che conosceva benissimo e qui rimase in latitanza per quasi trentanni.
Nelle macchie del Farnese incontrò Domenico Biagini di Farnese detto il "curato" perchè molto credente, con il quale Tiburzi strinse un duraturo patto di alleanza. Si unirono a loro
David Biscarini che divenne il capo della banda e Vincenzo Pastorini, tutto mentre sulla testa del Tiburzi pendeva una taglia di diecimila lire.
In questi anni la fedina penale di Tiburzi si arricchisce con le estorsioni ai danni di David Bonpadre e dei fratelli Balestra, con il sequestro di Luigi Bartolini, il ferimento dell'amante Nazarena Caporali e l'omicidio di Domenico Cesaroli.

Il 12 dicembre 1877 David Biscarini fu ucciso dai Carabinieri di Canino e Farnese presso la grotta del Paternale, sia il Biagini, che venne leggermente ferito, che il Pastorini, che il Tiburzi, in mutande, riescono a scappare.

Da questo momento il comando della banda passò nelle mani di "Domenichino".

Nel 1878 Giuseppe Basili detto "Basiletto" si aggregò alla banda del "Domenichino" composta, oltre da Tiburzi, dal Biagini e dal Pastorini.

La storia ci dice che a marzo del 1879 la banda era unita ... ma per poco perché prima il Basili e poi il Pastorini furono uccisi da Tiburzi.
Il Basili pagò a Cerreta Piana la sua eccessiva violenza verso i mercanti e le sue bravate ai danni dei contadini.
Il Pastorini pagò perché lo metteva sempre in ridicolo raccontando a troppo spesso della sua fuga in mutande dalla grotta del Paternale e per questo fu ucciso in un duello su un aia a Santa Barbara, fulminato dalla doppietta di Tiburzi.

Era iniziato il regno del "Livellatore" Domenico Tiburzi... una delle attività, preferite del Tiburzi erano le estorsioni ed, a farne le spese, fu Don Antonio Lucchetti a cui venne incendiato il fienile.
Ormai sia su Tiburzi e sia sul Biagini la taglia e gli anni di carcere da scontare erano notevoli.

Nel marzo del 1883 nelle vicinanze di Farnese, goloso dell'ammontare della taglia, Antonio Vestri, boscaiolo, condusse i carabinieri presso il rifugio dei briganti, che riuscirono a fuggire. Dopo qualche tempo il boscaiolo era cadavere. Biagini gli sparò addosso una schioppettata e Tiburzi, per aggiunta, lo sgozzò; al che Biagini, per non essere da meno, sventrò col suo pugnale i due muli con i quali il Vestri trasportava la legna appena raccolta nel Lamone.

Furono gli stessi Tiburzi e Biagini a spiegare agli esterrefatti Cencetti e Cailli il perchè del gesto:

"Andate a Farnese e dite che gli autori del misfatto siamo stati noi. Ora Farense ha uno sfaciamagazzini di meno. Abbiamo ucciso i somari perchè ne eravamo i padroni, avendoli ceduti al Vestri in pegno per il suo manutengolismo per dieci anni".

Fonte Alfio Cavoli - Maremma amara

Per l'uccisione del Vestri sia Tiburzi che Biagini furono condannati a morte con sentenza del 12 dicembre 1993 della Corte di Assise di Viterbo.

Nel loro vivere alla macchia Tiburzi e Biagini incontrarono due altri briganti: Luigi Demetrio Bettinelli detto il "Gigione" o il "Principino" di Porretta Terme e Luciano Fioravanti di Bagnoregio.
Biagini era lo zio di Fioravanti e per un poco formano un bel quartetto di tagliagola fino a che Tiburzi e Biagini decidono che gli atteggiamenti e la voglia di primeggiare del Bettinelli non era più gradita.
Inoltre il "Gigione" molestava le donne e questo era un reato gravissimo nel regno del Livellatore.

Nel 1888, Tiburzi uccise Raffaele Pecorelli, colpevole di aver rubato un maiale al nipote Nicola.

Il 13 giugno avvenne l'iniziazione al delitto (affinché fosse degno di entrare nelle grazie del "Livellatore")  di Luciano Fioravanti (nipote del Biagini) con l'uccisione, sotto ordine di Tiburzi e Biagini, del (detto "il Principino"), sgradito a Domenichino, perché era violento con le donne. A onor del vero successivamente Tiburzi e Biagini scagionarono dal delitto il Fioravanti ma la storia ci dice che a Montauto fu la doppietta del Fioravanti ad uccidere il Bettinelli.

Inoltre tra i suoi omicidi i più numerosi sono contro gregari che non stavano alle regole, o contro spie, o contro chi commetteva rapine in suo nome offuscandone l'immagine (tipo un certo capraio di Terracina perché rapinava a nome suo).

Da "bravo" brigante era diventato un Robin Hood dei tempi nostri, aveva istituito una tassa sul brigantaggio cui dovevano corrispondere i nobili ed i ricchi possidenti terrieri che tenevano in pugno l'economia agricola della zona; per gli insolventi la punizione era l'incendio, tipico mezzo di reazione antipadronale dei braccianti maremmani.

Del denaro ricavato il Tiburzi ne donava una parte ai familiari dei meritevoli briganti uccisi e con un'altra pagava il sostentamento per i più poveri e per i contadini e gli artigiani che non riuscivano a sbarcare il lunario. D'altronde aveva uno spirito umanitario, anche se un po' particolare.

Il compare Biagini cadde sotto i colpi dei carabinieri, in un agguato nella macchia di Gricciano, sul Fiora. Era il 6 agosto 1889: il vecchio bandito aveva ormai 67 anni e da venti viveva alla macchia. Ma Domenichino non si scoraggiò e nel 1889

In questo caso la storia non è univoca in quanto Adolfo Rossi nel suo libro "Nel regno di Tiburzi" indica come causa di morte del Biagini un più banale infarto causato dalla vista dei Carabinieri. 

Il suo ultimo omicidio fu quello di Raffaele Gabrielli, fattore del marchese Guglielmi, il 22 giugno 1890 nelle campagne di Montalto di Castro perché non aveva avvertito i briganti che ci sarebbe stata una perlustrazione dei carabinieri, nella quale poi rimase ucciso lo stesso Biagini. Il Tiburzi ed il Fioravanti uscirono dalla macchia e chiamarono ad alta voce il fattore che stava facendo colazione insieme ai mietitori e ai suoi collaboratori. Portato a pochi metri di distanza il Tiburzi gli sparò alla testa sotto lo sguardo atterrito dei mietitori.

Il Tiburzi ed il Fioravanti (che ricordiamo era il nipote del Biagini) uscirono dalla macchia e chiamarono ad alta voce il fattore che stava facendo colazione insieme ai mietitori.

"Fermati, disse una volta ad un fattore che aveva fatto ammazzare dai Carabinieri il suo amico Biagini. Chi non ha da fare vada a farsi una bevuta d'acqua fresca perché, oggi a Pian di Maggio c'è il fuoco. Le scarpe del Biagini erano scarpe da poveraccio con tante bollette, tante come le stelle, fattore, adesso le scarpe sono nella fossa con lui, le bollette sono tutte dentro il mio trombone, ma sulla tua faccia diventeranno stelle." e gli sparò alla testa uccidendolo.

Fonte Luigi Poverini - L'estate secca

Nel 1893 il Governo, presieduto da Giovanni Giolitti, ordinò alle autorità di intervenire energicamente per la cattura di tutti i briganti. In una retata ne furono presi oltre 150, processati poi a Viterbo, ma Tiburzi sfuggì continuando a fare il brigante.

In breve tempo furono effettuati molti arresti che coinvolgevano persone di ogni ceto sociale: nobili, contadini, pastori, tutti accusati di associazione a delinquere per aver sottratto i latitanti alle perlustrazioni dei carabinieri e quindi contribuito a creare quell’invulnerabile muro di omertà che avvolgeva e proteggeva i briganti della Maremma. Ma i più erano contadini e pastori, alle cui famiglie venne a mancare, con il loro arresto, l'unico mezzo di sostentamento.

Giolitti stesso si indignò per la situazione venutasi a creare in Maremma.

L'azione delle forze dell'ordine portò il brigantaggio maremmano, e Tiburzi in particolare, agli onori della popolarità nazionale e da quel momento la caccia al bandito divenne serrata e spietata.

L'Uccisione

Nel 1896, presso Capalbio, fu ucciso dopo 24 anni di latitanza dai militari del capitano Michele Giacheri, ufficiale dotato di grande esperienza nel settore. Non a caso il regno di Tiburzi durò molto a lungo, grazie proprio agli equilibri che era riuscito a stabilire con i potentati locali, evitando accuratamente di scontrarsi con i carabinieri ("figli di mamma" come li chiamava lui) e tutelando gli interessi di determinati possidenti, a cui garantiva protezione non solo dagli altri briganti, ma anche da ogni altro genere di problemi, dietro un regolare compenso, come fosse una paga, un premio assicurativo o una tassa sulla salute.

La fine del regno di Domenico Tiburzi la si deve alla costanza del Capitano dei Carabinieri Michele Giacheri.

Il Capitano Michele Giacheri era giovane e famoso al suo arrivo in Maremma in quanto a Lui si devono le catture del Brigante Francesco Simeone e del Brigante Gaeta in Calabria e l'annientamento della banda della "Compagnia della teppa" in Lombardia.
Sotto la copertura di eseguire rilievi di topografia, insieme al tenente Silvio Rizzoli, il Giacheri si intrufolò nei territori preferiti dal Tiburzi e cominciò a percorrere instancabilmente in lungo e in largo il regno del brigante studiandone gli avvistamenti e gli spostamenti quasi marcando e circoscrivendo l'area di azione.

Accadde tutto in una piovosa notte d'autunno, tra il 23 ed il 24 di ottobre, tre militi, il brigadiere Demetrio Giudici e i carabinieri Raffaele Collecchia ed Eugenio Pasquinucci, per un puro caso,cioè per non aver trovato alla casa del Cunicchio del pane per rifocillarsi,proseguirono verso Capalbio e passando in località "le Forane" videro il lume acceso nella casa del colono Franci, dove abitavano assieme al padre anche le due belle figlie con le quali il Tiburzi e il Fioravanti pareva se l'ha intendessero . I due fuorilegge avevano trascorso la serata cenando con le migliori provviste assieme ai familiari del colono,e soprattutto "Domenichino" aveva ecceduto con le libagioni, infatti sulla tavola, insieme ai racconti del brigante, dispensati ai commensali come un vero e osannato patriarca, si allinearono molti fiaschi di vigoroso vino maremmano. Improvvisamente, all'avvicinarsi dei gendarmi, i cani iniziarono ad abbaiare furiosamente, e al "Chi va là" del Tiburzi parte lo scontro a fuoco: i due briganti potevano brandire ottimi fucili a retrocarica, fucili a canne mozze, pugnali e varie rivoltelle. Appena spalancata la porta il primo che uscì allo scoperto per fuggire fu il Fioravanti che esplose un paio di fucilate nell'ombra, per coprirsi la fuga nelle tenebre con l'effetto sorpresa. Il Tiburzi invece, più anziano e lento, non riuscì a scappare come il Fioravanti, ma questo non gli impedì di lasciare andare anch'esso due fucilate verso quella che credette la figura di un gendarme: l'infallibile mira del Re del Lamone, annebbiata dal vino e dagli anni purtroppo questa volta colpì, come ultimo bersaglio di una storia leggendaria, un orcio di terracotta, che andò si in frantumi, ma espose al contempo il brigante ad una più rapida individuazione dei carabinieri, i quali risposero al fuoco, crivellandolo di colpi alle gambe e al torace e lasciandolo ucciso all'istante. Domenico Tiburzi cadde, ma lo fece impugnando il suo scettro di indiscusso Re della Macchia: con il fucile tra le mani. Il Fioravanti riuscì invece a fuggire con un formidabile balzo, immacchiandosi nelle tenebre impenetrabili della campagna maremmana di fine ottocento,come fosse stato un cinghiale braccato dalla canizza,e scomparve in un battibaleno, sottraendosi agli spari furiosi dei gendarmi e prima che qualcuno potesse solo tentare o anche pensare di acciuffarlo.

Quindi il luogotenente di Domenichino, Luciano Fioravanti, più giovane di oltre venti anni, riuscì a fuggire. Alla fine fu ucciso nel 1900 per mano di un amico traditore, Gaspero Mancini, che per derubarlo e assicurarsi la taglia posta sulla sua testa, lo freddò con un colpo a bruciapelo mentre dormiva.

Il folclore invece ci dice che sotto una pioggia torrenziale, molti coloni vennero svegliati e molti poderi perquisiti a fondo alla ricerca dei due briganti, fino a che, verso le 3:30 del mattino presso il podere di Marco Collacchioni sito sul poggio delle Forane ed abitato dalla famiglia di Nazzareno Franci finisce la latitanza del Tiburzi.

Al "chi va la" dei Carabinieri (o del Tiburzi stesso) parte lo scontro a fuoco.
Tiburzi e Fioravanti erano armati di fucile a retrocarica e fucile a canne mozze, almeno una pistola a testa, oltre agli inseparabili coltelli.
I Carabinieri spararono sulle finestre e sulla porta crivellandola di colpi quando il Tiburzi uscì allo scoperto sparando e colpendo in pieno petto il Brigadiere Giudici troppo esposto e ferendo gravemente altri due militari.
Tiburzi fu colpito alla gamba sinistra dal Carabiniere Collechia e, ormai caduto a terra, fece l'ultimo gesto di estrarre la pistola finendo crivellato dal fuoco degli altri militi.

Con un gesto di pietà tipico dell'epoca gli fu inferto il colpo di grazia alla nuca.
 

Esiste anche una versione alternativa della morte di Domenico Tiburzi:

"pur di non cadere prigioniero di uno Stato da sempre avvertito come nemico, quando si vide spacciato, Tiburzi preferì uccidersi da solo.
Estrasse la pistola dalla fondina, se la puntò alla testa e premette il grilletto accasciandosi sul prato, mentre tanti colpi gli spaccavano le gambe."

Fonte intervista di Alfio Cavoli

Anche se non l'ho trovato scritto in nessuno dei testi che ho consultato, ho la certezza che Domenico Tiburzi, vecchio e mangiato dalla malaria, si sia sacrificato per permettere a Luciano Fioravanti "figlioccio" di venti anni più giovane di fuggire.
Il sacrificio finale del vecchio Re.
Forse la stessa storia era accaduta nel lontano 12 dicembre 1877 quando morì David Biscarini e si salvò il Tiburzi.
La latitanza del Tiburzi era finita dopo 24 anni ... il re del Lamone era morto.

La fine di Luciano Fioravanti avvenne il 24 giugno del 1900.
Fioravanti non aveva le doti "politiche" di Tiburzi ed in pochi anni si era fatto tanti nemici (anche per certe storie di donne) e inoltre sulla sua testa era stata messa dal Governo Italiano una forte taglia di ben 4'000 Lire.
Ecco che viene organizzata la classica congiura: Fioravanti viene invitato a pranzo al podere Mascone, sono presenti Gaspare Mancini di Pitigliano insieme a Elia Bechini, Giovanni Ceccherini e Federigo Giannischi, si mangia e si beve tanto vino (ci sembra di rivivere la strage di briganti del Crocino di Montorgiale del 30 ottobre 1897).
Alla fine del pranzo Fioravanti è un po' alticcio ed ha sonno per cui si apparta nel bosco per concedersi una pennichella è a quel punto che Gaspare Mancini si avvicina, gli prende il fucile e glielo scarica in testa da dietro.

Tornando a Tiburzi sembra che l'unica fotografia che si trovi del brigante Domenico Tiburzi sia stata fatta dopo la sua morte, con il corpo legato al tronco di un albero per tenerlo in piedi e gli stecchini agli occhi per dare l'illusione che fosse ancora vivo.

I funerali voluti dalla gente di Capalbio

Alla morte di Domenichino il suo regno rimase tutto a disposizione della banda ancora per qualche anno per poi disgregarsi ineluttabilmente. I tre che la componevano, Settimio Menichetti, Settimio Albertini e Antonio Ranucci, erano troppo malvagi per poter aspirare all'amicizia del "Livellatore".

Di Tiburzi si conoscono i delitti, quelli che risultano negli archivi. Ma nessun archivio riporta, di un brigante, le manifestazioni positive; altrimenti non si spiegherebbe l'ammirazione da parte di tanta gente del popolo. Infatti il prete voleva negare al brigante il funerale e la sepoltura in terra consacrata ma la ostinata popolazione di Capalbio, sdegnata da tale decisione, lottò perché il paladino dei diritti dei più deboli avesse un’onorata sepoltura in terreno consacrato. Si arrivò così ad un compromesso: "mezzo dentro e mezzo fuori dal cimitero". Quindi si scavò la fossa proprio dove si apriva il cancello d'ingresso originario e gli arti inferiori restarono dentro - come vuole la tradizione - mentre la testa, il torace (e dunque l'anima) rimasero fuori.

Con gli anni, e l'allargamento del cimitero, la lapide che ricorda la tomba di Tiburzi è finita con essere in una zona quasi centrale del cimitero stesso

La fine del Brigantaggio in Maremma

Da notare è che i carabinieri furono premiati con una medaglia d'argento con tanto di cerimonia di stato e foto in posa, ma il professionale Giacheri non si lasciò lusingare e si concentrò sulla debellazione della Maremma fino all'ultimo brigante.

Il brigantaggio fu debellato alla fine del diciannovesimo secolo. Pochi briganti finirono ammanettati: preferirono cadere sotto il piombo dei carabinieri piuttosto che arrendersi e finire agli arresti.

L'onorevole Massari definì il fenomeno del brigantaggio come "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro le antiche e secolari ingiustizie", legato all'esistenza delle grandi tenute maremmane e delle tensioni sociali.

Non a caso i più gravi episodi di violenza si verificavano ai danni di guardiani, guardiacaccia, fattori, carabinieri e altri rappresentanti del potere padronale e dello Stato.

                                      Antonio Ranucci                      Settimio Albertini                        Settimio Menichetti

 

                                

            Damiano Menichetti                                                                                Fortunato Ausini

 

Folklore - Maremma Amara

Come la cultura dotta di Dante, anche la cultura popolare, attraverso la canzone popolare, ha fatto un ritratto - ben diverso - della Maremma della malaria, del lavoro stagionale malpagato, degli stenti e delle sofferenze che caratterizzavano la vita in queste terre fino a non moltissimo tempo fa.
Ecco così le strofe di «Maremma amara», cantata lentamente, così come tutto era lento in Maremma: lenta o ferma l'acqua, con le sue
zanzare anofele, il progresso sociale, la lotta contro il brigantaggio, quella contro l'analfabetismo.

  « Tutti mi dicon Maremma, Maremma...
 

Ma a me mi pare una Maremma amara
L'uccello che ci va perde la penna
Io c'ho perduto una persona cara.
 

Chi va in Maremma e lassa l'acqua bona
Perde la dama e mai più la ritrova,
Chi va in Maremma e lassa la montagna
Perde la dama ed altro non guadagna.
 

Sia maledetta Maremma Maremma
sia maledetta Maremma e chi l'ama.
Sempre mi piange il cor quando ci vai
 

Perché ho timore che non torni mai »

(Maremma amara, Canzone popolare toscana)

Si rivela in queste semplici e disperate strofe l’immagine storica di questa terra: un groviglio di speranza e di mestizia, di temerarietà nella ricerca di una nuova terra e la sgomento per un destino forse avverso.

La canzone popolare si può far risalire alla prime metà dell’Ottocento quando, iniziata l’opera di bonifica voluta dal Granduca Leopoldo II dei Lorena, molto terreno si doveva liberare dalla morsa della palude e dalla malaria rendendolo accessibile alla produzione agricola. Si stava compiendo il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura.


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